Diari di viaggio

Diario di viaggio


Primo dicembre 2004
Questa mattina per la prima volta ho medicato da sola i malati di lebbra mi sembra molto strano chiamarli così- non ricordo ancora tutti i loro nomi ma i loro volti sono impressi nella mia memoria, i sorrisi in particolar modo, sono finestre aperte sul mondo.
Subja, Bindu, Bilal, Kumari, e tutti gli altri, hanno delle personalità molto forti.
Giorno dopo giorno imparo a conoscerli, oggi Amma, la signora dal volto aristocratico mi ha chiesto di comprarle delle medicine, poi mi sono resa conto che la sua borsa era piena di farmaci, non so cosa se ne faccia, forse le rivende; ma preferisco stabilire un rapporto che non si basi sulla dipendenza.
Desidero stabilire un contatto, trovare un filo conduttore attraverso il quale possiamo comunicare, non voglio giudicarli,
desidero solo che si fidino di me ma è difficile.
Sono anni che vivono di espedienti, hanno la pelle dura, queste donne sono state abusate e violentate molte volte, nei treni di notte, tutto pur di sopravvivere.
Alcuni non vengono a fare le medicazioni nel giardino della guest-house, mi hanno chiesto di andare per la strada
dove loro fanno l’elemosina e medicarli lì, pensano che venendo qui perderanno del tempo  e dei soldi.
Mi sono rifiutata, dignità vuol dire prendersi cura di se stessi, hanno la possibilità di camminare e se ci tengono
saranno loro a venire qui.
Le strade sono piene di polvere  e di turisti curiosi, sembra uno show, e le scimmie continuano  rubare le garze ed è difficile concentrarmi.


Dieci dicembre 2004
Oggi sono rimasta molto delusa.
Ho portato con gran fatica Subja in ospedale perché voleva tagliarsi il dito da solo.
Credo che il pollice sia andato in cancrena, ho corrotto l’autista del bus dandogli dei soldi in più e verso le cinque del mattino siamo andati all’ospedale.
Nessuno voleva accompagnarci perché se qualcuno vede un lebbroso salire su un bus nessun altro vorrà salirci.
Siamo arrivati in ospedale alle sei e gli ambulatori aprivano  alle dieci, Subja si è seduto a terra e tutte le panchine erano libere.
Inizialmente ho insistito perché si sedesse sulla panchina, ma lui è testardo come un mulo, cercavo di fargli capire che era giusto che si sedesse sulla panchina, ma la lebbra è una stigmate sociale, penetra nella carne, così per comunicare con lui anche io mi sono seduta a terra e lui si è rilassato.
Qui bisogna fare una gara di umiltà, amare incondizionatamente vuol dire accettare l’altro così come è, accettarlo con tutte le fibre del nostro essere e non desiderare di cambiarlo, cercare di capirlo è più difficile che giudicarlo, ma aiuta.
Quando è arrivato il nostro turno,dopo tanti rifiuti,  l’unico medico che ha accettato di visitarlo lo ha fatto entrare solo in una stanza e dopo una decina di minuti Subja è uscito, il medico mi ha detto che il pollice non è andato in cancrena e gli ha prescritto degli antibiotici.
Quando ho guardato il suo piede mi sono resa conto che la medicazione era la stessa che gli avevo fatto io e che il medico non lo aveva neanche visitato, anche Subja ha fatto finta di niente, chissà come ci sarà rimasto male!
Ma non ho avuto il coraggio di chiedere.



Quindici dicembre 2004
Da qualche giorno ho iniziato ad andare al centro di prima accoglienza dei rifugiati Tibetani.
Ne arrivano tantissimi, continuano  a scappare attraversando l’Himalaya, fuggono povertà e miseria. 
Alcuni camminano per tre o quattro mesi ed arrivano assiderati, ci sono dei bambini. 
Molti bambini arrivano soli, i genitori pagano una guida e gli affidano i loro piccoli, venire in India è l’unica possibilità 
di una vita migliore, qui possono ricevere un’educazione. 
Mi sono affezionata ad alcuni dei piccoli e la sera, se qualcuno ha la febbre a volte mi fermo, insieme ad altre donne tibetane cerco di rendermi utile.
Ieri sera un bimbo aveva la febbre altissima e gli abbiamo dato della tachipirina, oggi stava meglio, aveva solo una gran tosse, ma chiederò al medico di prescrivergli uno sciroppo.
Tzizi è caduta da una giostra, si è fatta un taglio sulla testa, l’hanno portata in ospedale e le hanno messo diversi punti. 
Questa sera con tutta la testa fasciata mostrava orgogliosa i suoi panni sporchi di sangue. 
Lei non piange mai, non ha pianto neanche quando è morto suo padre, non ha pianto neanche oggi, sono i miei piccoli eroi.
Io invece durante la preghiera sono sprofondata in un pianto profondo, è la seconda volta che mi succede. 
Non voglio più proteggermi dal dolore, sento che qualcosa dentro di me si scioglie, c’è un forte senso di impotenza, ma so che per liberarci dal dolore dobbiamo permetterci di attraversarci.
Ci vuole tanta forza per imparare ad accettare, le lacrime sono salate come il mare, le lacrime sono l’esalazione del dolore, ma dopo questi lunghi pianti vengo abitata da una nuova pace, che è più profonda delle emozioni che attraversano la mente e che lacerano la tranquillità del presente.
Poi abbraccio di nuovo Tzizi e lei si stringe forte a me, così le barriere si annullano, cadono una dopo l’altra come frutti maturi da un albero.


Novembre, 2005

Primo giorno a Mc. Load Gange
Questo villaggio arroccato sulla montagna è molto affollato, inizialmente mi è sembrato un -grande baraccone da circo- le persone che vivono qui sembrano delle scimmie addomesticate.
Alienate dal turismo, alienate dal denaro rispetto ad altre zone dell’India che sono molto più povere. Gli abitanti di questo villaggio, sia gli indiani che i tibetani che vi si sono rifugiati, soni alienati da quello che noi europei rappresentiamo per loro, ci vedono solo come dei burattini con la testa a forma di dollaro.
Mi chiedo se Dharamsala non sia un po’ come il Vaticano, credo che alcuni dei commercianti indiani e tibetani che vivono qui sono più ricchi di molti europei, quelli che sono riusciti ad aprire i negozi qui tanti anni fa, dopo l’arrivo del Dalai Lama hanno fatto una gran fortuna. Sono ancora molto confusa, ma ascolto le loro storie: Rinchen mi è parso un ragazzo sincero, uno dei pochi tibetani che parla correttamente l’inglese: “Ho lasciato il Tibet quando avevo diciannove anni, all’età di diciassette anni i miei genitori volevano che mi sposassi; la mia famiglia è una famiglia di pastori e sono molto tradizionalisti.
Quando ho compiuto diciassette anni mi hanno detto che dovevo assumermi le mie responsabilità, avrei dovuto sposare la ragazza che loro avevano scelto per me ma io non ho accettato, era troppo presto. Lì la vita era molto dura e monotona, così ho deciso di venire in India, sono partito con un gruppo di 32 persone. Abbiamo camminato per un mese a piedi attraversando l’Himalaya. Camminavamo di notte per non farci catturare dalle guardie cinesi. Abbiamo rischiato la morte per scegliere una nuova vita, durante il cammino sono morte due persone, avevamo i piedi e le mani congelati, ma nessuno si lamentava. Da quando sono qui le mie condizioni di vita sono migliorate, ho trovato un lavoro in un negozio ed ho potuto affittare una stanza, ma l’unica cosa che mi è rimasta è una profonda nostalgia del mio paese e della vita che ho lasciato. Ero un pastore, amavo quel lavoro: era la libertà, anche se gli anni passavano e non succedeva nulla, c’erano i lunghi inverni silenziosi e poi le primavere profumante di erba, solo questo. Non succedeva mai niente, ma ero felice, gli anni sembravano lunghissimi. In Tibet i Nomadi sono liberi come gli uccelli, nessuno veniva registrato all’ufficio dell’anagrafe quando nasceva, non esistono certificati di nascita, né di matrimonio, ne di morte perché la verità non può essere rappresentata da un pezzo di carta. Qui apparentemente sono più libero, ma lavoro chiuso in un negozio, le persone mi riempiono la testa con le loro storie, gli occidentali che vengono in questo negozio parlano sempre e non conoscono il silenzio. Apparentemente sono più libero, ma in fondo credo di essere in una gabbia perché non ho neanche un passaporto. L’unica certezza che ho è che non potrò più tornare in Tibet. Il mio sogno ora è quello di tornare alla vita di un tempo, ma è un sogno che non potrà mai realizzarsi.”
Eugenia



Metà novembre 2005
Mc Load Gange
Ci vuole molta forza per vivere qui, per non lasciarsi travolgere dagli eventi.
La preghiera quotidiana si è trasformata in meditazione. Qualche giorno fa sono scivolata e la caviglia sinistra si è slogata, così il medico mi ha consigliato di stare a letto per qualche giorno.
Mi sono immersa nelle mie letture preferite, storie di mistici Tibetani, uomini che hanno trasformato la loro mente raggiungendo stadi di totale liberazione dalla sofferenza terrena.
Queste letture e lo studio di alcuni testi sacri mi riportano in contatto con il mio mondo interiore, è molto ricco… Ma l’esterno a volte ancora  continua  a sedurmi, è come una ragnatela, mi attrae e poi i pensieri vi rimangono impigliati!
Vivo una realtà molto cruda  e i malati di lebbra non facili da gestire, hanno delle personalità molto forti e spesso si arrabbiano, non ringraziano mai. A volte le loro ferite si infettano ma non vengono a farsi medicare, preferiscono starsene per le strade a chiedere l’elemosina, a riempire le loro ciotole di monete, e intanto un piede gli sta andando in cancrena, poi si arrabbiano con me! I medici si rifiutano di visitarli, non so proprio come fare!
E’ sempre la solita storia. Ma sono bastati pochi giorni di sana solitudine e la vita si è riempita di nuovo di silenzio. Il silenzio del corpo, il silenzio della mente, il silenzio di Dio, voglio tornare ad assaporare anche il silenzio dell’ esistenza. Percepiamo la presenza di Dio solo dopo aver attatraversato una immensa distesa di silenzio interiore, in tutti gli anni che ho trascorso da sola nel mio piccolo eremo di Assisi è proprio questo che ho vissuto. Sono gli anni che hanno donato più forza alla vita, ed ora Dio mi parla attraverso tutti gli sguardi degli angeli che incontro. L’ho incontrato nelle ferite di Subya, nel suo ubriacarsi notturno. Era nel sangue di Tzitzi, quando cadendo dall’altalena si è fratturata il cranio, era nel sorriso di Ani Tashi, ogni volta che ci siamo incontrate, era nelle luci delle stelle, nel bianco della neve, nel profumo degli incensi, nel silenzio delle notti fredde, nelle speranze di tutti i rifugiati politici tibetani che sono stati torturati e nella fede di chi ancora crede che la luce continuerà a sconfiggere le tenebre dell’ignoranza e dell’egoismo.

Eugenia

Il Decreto Legge N. 95 del 6 luglio 2012 ha previsto la proroga del 5 per mille per il 2013 (redditi 2012), riconfermando le prassi e le scadenze degli ultimi anni di destinare il cinque per mille a favore del finanziamento di associazioni di volontariato e non lucrative di utilità sociale, associazioni e fondazioni di promozione sociale, enti di ricerca scientifica, universitaria e sanitaria, comuni e associazioni sportive dilettantistiche e delle attività di tutela, promozione e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici.
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